31 gennaio 1968

 

Rev.mo Arciprete, carissimo Don Sisto, finalmente rieccomi a lei per ringraziarla commosso e profondamente soddisfatto per ogni sua cortesia, per l’ospitalità per la festa d’amicizia offertami, per l’intelligente confidenza con la quale ha inteso rendere più vivi i nostri rapporti. Grazie a tutti costà, dal profondo del cuore, ai suoi ottimi sacerdoti, tanto cari e “avvertiti” ai suoi ospiti, al pubblico bovolonese e alla comune amica Elda Mantovani che la prego di salutarmi. Temevo che il pubblico s’annoiasse con un argomento piuttosto difficile, pur ridotto comodamente e adattato all’ambiente. Invece ho notato una attenzione e una tensione ammirevoli, il che dimostra l’interresse e la curiosità per la cultura e per l’arte, al di fuori e al di sopra della curiosità che avrebbe potuto suscitare il temporaneo ritorno del concittadino che “s’é fatto onore”. Certo che mi trovo a disagio costà e ch’è per me un vero problema il propormi di riuscire del tutto o quasi spogliato di quanto può apparire bagaglio, o di presunzione o di atteggiamento distaccato. Non penso e non desidero apparire cosi e qualora fosse cosi me ne scusi e mi capisca. L’ambiente che da tanti anni frequento può avermi mutato nel profilo comune che la mia aveva di me e che forse vorrebbe avessi ancora. Lei ormai mi conosce e credo che la seconda serata conviviale al “Piccolo Vaticano” sia riuscita a mettere in evidenza il sottofondo bonario e ridanciano ch’è in me naturale e spontaneo. Ma quanto abbiamo riso quella sera! Quanto! Di converso, desidero confidarle una cosa che costà mi è dispiaciuta e al cui tono pungente non ho reagito per educazione e per dignità interiore. A colazione a casa  G-S, dallo S padre mi sentii dire, davanti a tutti: “Io lo so perché tu vieni a Bovolone. Ci vieni per far vedere dove sei arrivato e chi sei...” Tacqui perché conosco bene che diceva queste cose. Fin troppo bene. Vidi imbarazzato il figlio dello S. Il dr. R., che mi dimostra stima e ammirazione. Ma “de minimis...” e lasciamo perdere. E “papinianamente” potrei rispondergli: “Io sono fatto da Dio, sua mercè, tale...”. Ma non ne vale la pena!

Stamane ho ricevuto una lettera da Palermo dal prof. Lavagnini, il docente di filologia classica di quella Università, che mi comunica con affettuosa amicizia che m’è stato assegnato il “Sileno d’Oro” per il 1968, per le mie qualità di “sicilianista” (in virtù delle mie conferenze su Pirandello, Rosso di San Secondo, Verga, Rapisardi e Capuana) insieme a Quasimodo, Silone, Patti e all’attore Salvo Randone. Ciò mi fa molto piacere. La data della premiazione non è stata definita a causa della tragedia che ha colpito la Sicilia. Il giorno dopo, quando sono partito, a Verona sono stato invitato alla festa dei giornalisti e alla Messa celebrata dal Vescovo Ausiliare (era il giorno di S. Francesco di Sales) e due Monsignori mi fecero molti complimenti per gli articoli apparsi su L’Arena: “Il mio prete montanaro” e “I dissacratori”.

Ancora grazie, per aver avuto il pensiero nobile e generoso, d’invitare a cena mio fratello. Tornerò costà, e più avanzerò negli anni e più mi si diraderanno a poco a poco gli impegni e l’entusiasmo, tornerò, per “ritrovarmi”, per “ripossedermi”, per sentirmi “uno”.

Un abbraccio affettuoso dal suo aff.mo Mario Donadoni

(Però...non mi rubi troppo il pane con le dizioni. Scoperta, in lei, che non immaginavo. Molto bene, e bene la pausalità orale del dettato poetico!